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Né arte né regola il calcio è metà gioco di prestigio e metà fatto atletico

Nessuno vive se non comunica con gli altri e per farlo abbiamo bisogno di un valore comune. Il calcio è uno dei più forti tra questi valori. Faccio un esempio banale, tante generazioni di padri e figli hanno imparato in questi decenni a parlare tra loro parlando di calcio. In sostanza il calcio è un valore troppo universale per essere anche un’arte. Esistono nel calcio gli artisti, ma è come dipingere a casa o essere Vermeer. A volte chiunque sul campo diventa un artista se questo significa emozionare, far pensare. Ma l’arte è qualcosa di mistico, è la religione costruita dall’uomo, è vietato uniformare. Se poi l’argomento si allarga alla libertà d’interpretare il calcio, mi sento più vicino a Allegri che Adani. Ma non c’è più quel calcio. Oggi il calcio è quello di Adani, preparato, studiato proprio per eliminare il fattore personale. È stato per esempio eliminato il dribbling, oggi si arriva al tiro quasi sempre per somma di passaggi. Io credo che il calcio debba essere un gioco, a qualunque livello. Per gioco intendo qualcosa a cui non diamo delle regole. Se le regole ce le danno gli altri è tutto molto meno divertente. Il calcio come gioco ha qualcosa di artistico, ma non arriva all’arte. È modello di prestigio, equilibrio, impresa atletica. Mennea correva e basta e quasi senza muscoli. Era eccezionale ma non era un artista. Non basta l’eccezionalità per diventare arte. Bisogna riassumere l’uomo, le sue capacità intere. L’arte crea l’emozione della gente. Il calcio la riceve. È lo spirito dell’1-0. Chi avrebbe seriamente il coraggio di criticare una vittoria? A che servirebbe? Sono due percorsi paralleli che qualche volta si toccano, ma non si appartengono per definizione. Ma alla fine divertono entrambi. Non c’è bisogno nel calcio di arrivare all’arte.

Article source: http://www.corriere.it/sport/16_novembre_09/ne-arte-ne-regola-calcio-meta-gioco-prestigio-meta-fatto-atletico-49b63906-a5f6-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml